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De Gregori ai Suoni delle Dolomiti

sabato 17 dicembre 2011

Ancora una volta mi trovo a parlare di Francesco De Gregori, sebbene non sia uno di quei cantautori che mi fa impazzire e la sua musica non riesco ad apprezzarla con costanza. Eppure, questo evento speciale e unico e' qualcosa che mi ha toccato nell'animo, suscitandomi emozioni e causandomi motivi di riflessione che spaziano tra gli argomenti piu' disparati. La musica, la natura, l'uomo, la vita e tutto cio' che sembra infinitamente complesso ma che al suo stato puro puo' trasmettere messaggi dentro di noi, se solo ci predisponiamo per accoglierli.

Quale migliore situazione puo' favorire questa ricettivita' se non l'alta montagna. E gia', quell'aspetto della geografia fisica che ho sempre guardato con diffidenza e distacco ma che oggi mi ha fatto vergognare di questo atteggiamento ostile nei suoi confronti. E nella sua immutabilita' e nel suo mutismo mi ha sbeffeggiato, facendomi capire meglio l'inopportunita' del pregiudizio.

E' bastato anche solo osservarne i paesaggi della Val di Fassa per arrossire e capire il rispetto che puo' incutere. Si' perche' non sempre altrove la natura si presenta con la stessa sontuosita'. E rifletterci mi e' servito a capire che in fondo e' l'uomo che preserva la dignita' della natura quando le porta profondo rispetto. E la natura risponde con profondo senso di protezione e altrettanto rispetto e dignita' per l'uomo. Un rapporto simbiotico insomma, in cui pero' l'uomo non deve dimenticare che e' un microrganismo al cospetto della natura.

In tanti sono coscenti di cio'. E' il caso della gente del posto. La gente di Moena, per esempio. E lo percepisci quando attraversi i loro centri abitati. Quando ti fermi e fai quattro passi per le vie del paesino di montagna. Prendi un caffe' e non ti viene nemmeno voglia di fumare una sigaretta, ma di essere come loro. Dediti per una vita a costruire un rapporto con la natura. Tuttavia e' ancora molto piu' numerosa la gente che deve arrivare a comprendere l'importanza di costruire un certo tipo di relazione con la natura ovvero che non capisce che dal rapporto che si instaura con la natura dipendera' la distanza che la specie umana riuscira' a coprire da qua all'eternita'.

Parcheggiamo al passo San Pellegrino. Ci aspettano pochi chilometri a piedi lungo un sentiero agevole che ci portera' nella conca di Fuchiade, un anfiteatro naturale che da li' a breve ospitera' un evento inaspettatamente unico.

L'attesa non e' emozionante. Non e' emozionante quanto la vista della vallata ricoperta da uno strato umano composto e paziente che ha fatto tutto cio' per assistere ad uno spettacolo musicale. Quanto la cornice delle Pale di San Martino in lontananza e la cima Uomo che si innalza imperiosa al nostro fianco. Quanto cio' che ci si presenta di fronte a noi, a fare da sfondo al concerto, ovvero il fondo della vallata verde e curata come un campo da golf, macchiata qua e la' da qualche caratteristica baita interamente costruita in legno, e solcata dalla mulattiera che circumnaviga tutta la conca formando un semicerchio la cui vista, da un estremo, si perde nella discesa verso il fondovalle, e dall'altro, si cela tra le oltre diecimila anime intorno a noi che non hanno voluto perdersi niente di tutto cio'.

Quando pero' arriva Francesco De Gregori, portato su in macchina fino ai margini del palcoscenico al centro del quale c'e' un gazebo che ripara un pianoforte a coda nero dai forti raggi del sole, l'emozione comincia a crescere fino ad esplodere quando arrivano le prime note di Finestre rotte. Accompagnato da due giovani e quantomai bravi musicisti, Alessandro Arianti al pianoforte e fisarmonica, e Elena Cirillo al violino e seconda voce, De Gregori, con la sua chitarra acustica e l'armonica che porta al collo e che alterna alla propria voce, continua con La casa di Hilde, un vecchio pezzo che infonde tutto il mistero e il fascino della sua prosa e delle sue melodie.

Impeccabile ed eclettico anche per via dell'abbigliamento tutto pressocche' nero, in particolare per la giacca in pelle, gli occhiali da vista oscurati con stanghette spesse e il classico cappello che De Gregori soventemente porta in testa. Forse anche tutto questo nero non lascia presagire nulla di buono per la speranza di chi avrebbe voluto vedere un De Gregori sorprendentemente loquace con il suo pubblico. E invece da questo punto di vista ne ha sorpreso di gente e non poca, me compreso.

Infatti, nonostante i fazzoletti, i cappelli e gli ombrelli che coprivano le teste degli spettatori, qualcuno la' davanti ha sofferto troppo il caldo ed e' stato necessario l'intervento dell'assistenza medica. Il concerto e' stato quindi interrotto per permettere i soccorsi e il cantautore alla ripresa ha incitato un applauso per coloro che erano stati male, dando origine ad un gesto solidale che ci ha fatto sentire ad un tratto tutti piu' vicini al palcoscenico.

E dopo canzoni come Niente da capire e Bellamore, di seguito a questo fuori onda, De Gregori si e' esibito in altri grandissimi pezzi. E' la volta di storiche composizioni come Generale, Rimmel e Alice, che oggi diventano memorabili esecuzioni, nonostante l'essenzialita' della band e gli spazi musicali. Forse sono proprio l'aria aperta e i pochi strumenti scelti, che consentono al violino e al pianoforte di disporre larghi spazi per trasmettere emozioni in altre situazioni non percettibili.

Dopo una pausa per riparare la chitarra acustica dai raggi del sole che picchiano duro (sebbene la temperatura e' del tutto piacevole) rischiando di deformare la cassa armonica dello strumento, e per accordare lo strumento che magari intanto una leggera deformazione - e la conseguente perdita d'intonazione - l'ha gia' subita, c'e' spazio per qualche pezzo tra quelli piu' recenti della discografia di De Gregori. E' la volta di Sempre e per sempre, che forse e' la canzone piu' bella dell'album Amore nel Pomeriggio - insieme a Il cuoco di Salo' - perche' e' un'incitazione alla coerenza, un valore sempre piu' difficile da perseguire e che forse e' in De Gregori una di quelle qualita' che risaltano.

Sempre in tema di pezzi della produzione di De Gregori piu' recente, Vai in Africa, Celestino, invece, e' stata la canzone che mi ha coinvolto di meno. Il testo, piu' che mai attuale, riassume - e in qualche modo lo incita - il sentimento sempre piu' comune e pressante, che spinge a mandare tutto in malora davanti alle cose del presente - risultato del destino di cui l'essere umano e' artefice - che non si accettano. Insomma, un invito ad essere tutti 'Celestino', con l'allusione chiara a Celestino V, l'umile eremita che rinuncio' al soglio pontificato perchè disgustato dalla corruzione e dagli intrighi che toccavano la Chiesa del suo tempo. Tuttavia, forse il ritmo che non si addice per essere riprodotto da un simile terzetto, forse anche il lungo ripetersi di ritornelli a un ritmo necessariamente blando a dispetto dell'originaria natura rock del pezzo, hanno dato vita a un'esecuzione da me non propriamente apprezzata.

Quindi si passa a canzoni collocate nel filone politico del repertorio di De Gregori, come La storia siamo noi e Viva l'Italia, che danno sempre uno spunto per tenere alto lo sguardo su valori lontani che a tratti sembra che si perdono e solo la magia di queste note riportano in mente, e che comunque non sminuiscono l'emozioni fin qui trasmesse dalle precedenti canzoni.

Tra i brani a me non noti, ce ne sono stati due che hanno catturato oltremodo la mia attenzione. Il primo, Atlantide, mi ha attratto principalmente per la melodia del violino in sottofondo ed e' un pezzo che solo dopo ho scoperto essere il 'lato B' del 45 giri Bufalo Bill, del 1976. Bufalo Bill che forse e' stato il solo vero grande rimpianto di questa performance, che ho sperato fino alla fine di poter ascoltare ma che poi non ho potuto far altro che constatare non essere parte della scaletta.

L'altra esecuzione che mi ha colpito parecchio e che per questo mi ha fatto riporre maggiore attenzione al testo fino ad incuriosirmi e ad andarlo ad ascoltare piu' attentamente in seguito, e' senz'altro L'uccisione di Babbo Natale. Anche se sono persuaso che per provare una curiosita' tale da andare a scutare tra le righe del testo di questa canzone sarebbe stato sufficiente aver udito semplicemente il titolo.

Il titolo lascia presagire ad un inno alla fine dell'eta' in cui si crede a Babbo Natale. Una canzone che parla dell'amore tra due giovani di estrazione sociale diversa. Proletaria lei ("Dolly del mare profondo, figlia di minatori...") e borghese lui ("...insieme al figlio del fliglio dei fiori."). Sono tentato di fare qualche pensiero sull'omicidio, da parte del ragazzo, di Babbo Natale come all'uccisione del simbolo della borghesia, alla stregua di un gesto d'amore che rompe anche le barriere sociali (altrimenti - mi chiedo io - che senso avrebbe avuto parlare di una coppia di ragazzi appartenenti a due ceti sociali diversi?). Ma mi basta poco a placare l'ansia di dare una spiegazione a tutto, convinto come sono che certe sensazioni che affiorano appena, quando sono provocate dalla poesia, e' meglio se le si lasciano la' a trastullarti l'anima. E cosi' mi limito ad una spiegazione piu' tangibile del testo.

L'infanzia legata a Babbo Natale - in cui i due credono - e all'inganno del tempo che non dovranno ingannare a lungo ("...ingannano il tempo ma non dovranno ingannarlo a lungo.") - in quanto sta per finire l'eta' infantile. E a segnare questa fine e' l'assassinio di Babbo Natale. Dolly che gli pulisce le mani con il pane ("E Dolly gli pulisce le mani con una fetta di pane,...), il cane che abbaia ("...e da lontano sta abbaiando un cane.") e le nuvole che passano dietro la luna ("...le nuvole passano dietro la luna..."), mi fanno pensare qualcosa di piacevole nella dimensione della nuova eta'. E penso che possa tranquillamente trattarsi della scoperta del sesso di coppia che al contempo rivela il piacere ("...i due si dividono il fungo e intanto mangiando...") e nasconde un certo senso di colpa. La neve che comincia a cadere ("E la neve comincia a cadere,...") e i due che per la mano ritornano dai genitori ("Cosi' Dolly del mare profondo e il figlio del figlio dei fiori si danno la mano e ritornano a casa, tornano a casa dai genitori.") sono un modo per indicare la coscienza che si purifica dal senso di colpa, come a voler rimarcare un salto nel cammino dell'eta' dei due giovani.

E' passata poco piu' di un'ora dalle 14, quando il concerto e' iniziato. Non si puo' chiedere molto di piu' in queste condizioni a Francesco De Gregori che saluta tutti. Ma i diecimila lo vogliono ancora ascoltare. E lui, che poco prima aveva anche detto <<Questo e' davvero un bel posto dove cantare>>, e' tornato al centro del prato e ci ha fatto ascoltare dapprima un classico che ben si lega al posto che ha ospitato questo concerto speciale, ovvero Stelutis Alpinis. Per poi chiudere con La donna cannone, come degno coronamento di un concerto che in molti hanno visto, ma in tanti - me compreso - sono convinti di aver solo sognato.

Sulla Via degli Dei

venerdì 25 novembre 2011

Non c'e' niente di originale nel decidere di fare un percorso di soft trekking di un centinaio di chilometri. Oggi sembra una scelta del tutto comune fare un po' di giorni fuori, unendosi completamente con la natura e mettendo da parte il tumulto della quotidianita'.

Anche questo percorso quindi potrebbe essere una scelta volta a perseguire obiettivi di tranquillita' e di riscoperta delle radici della vita dell'essere umano. Risulta invece del tutto originale che un tale percorso sia stato scelto per festeggiare l'imminente matrimonio di uno di noi. Ma la bizzarra idea ci e' sembrata a tutti subito una cosa molto piacevole da fare e un'occasione per rafforzare quel gia' forte vincolo di amicizia basata su un rispetto implicito che non fa uso di inutili formalita' che appesantiscono i rapporti che non hanno nulla di spontaneo.

Forse era una voglia di verificare questo rapporto, forse era la nostra inattaccabile convinzione di quello che il nostro rapporto era. Forse era piu' semplicemente la nostra volonta' di salutare con un bel ricordo un felice evento.

Cosi', sei amici legati da un vincolo sincero e profondo, e al contempo di rispetto delle proprie liberta' che non sono mai state causa di limitazione dei rapporti umani, si sono riuniti per passare quattro giorni di cammino comune e festeggiare l'addio al celibato di uno di loro.

Il cammino scelto e' un itinerario classico ma - stando a quanto abbiamo potuto osservare strada facendo - non molto frequentato dagli appassionati di questo tipo di esperienze. Si tratta della Via degli Dei.

La Via degli Dei e' un percorso escursionistico tra Bologna e Firenze che segue grossomodo la strada romana Flaminia Militare, costruita dai Romani nel II secolo a.C. per collegare Rimini e Arezzo e rendere al contempo piu' sicuri quei terrirtori da poco conquistati ai danni dei Celti. Il cammino e' stato cosi' chiamato per via dei nomi delle varie montagne che attraversa, che spesso sono quelli di divinita' o fanno ad esse riferimento (Adone, Venere, Giunone, Lua). Il genere prettamente femminile delle divinita' diventa poi un'esortazione della bellezza dei posti attraversati.

Primo giorno: Sasso Marconi - Madonna dei Fornelli

La partenza del percorso e' il Santuario della Madonna di San Luca in Bologna. Ma partendo da qua bisogna seguire un lungo tratto di strada asfaltata e densamente trafficata. Ecco perche' anche noi abbiamo preferito raggiungere la stazione ferroviaria di Sasso Marconi in treno da Bologna, e da li' iniziare la nostra splendida avventura.

Nella piazzetta retrostante la stazione (a cui si accede dal sottopassaggio), sono subito visibili le indicazioni bianco-rosse del CAI con la dicitura Bo-Fi, che ci accompagneranno per tutti e quattro i giorni fino a Fiesole, la nostra destinazione finale. Anche per l'arrivo, come per la partenza, scegliamo di evitare un inutile e noioso tratto di strada statale che da Fiesole porta a Firenze.

Attraversato il ponte sul fiume Reno, comincia subito una salita abbastanza impegnativa, che gia' ci fa pregustare l'impegno richiesto ma anche la bellezza della natura in questo tratto dell'Appenino. Poco piu' su, un altopiano con una gradevole vista a trecentosessanta gradi e una bellissima giornata di sole, ci bloccano per la prima delle nostre tante soste.

Da li' a poco cominciamo a renderci conto della segnaletica confusa del CAI, unita alla poca chiarezza della guida La Via degli Dei edito da Tamari Montagna Edizioni, che avrebbe dovuto essere il riferimento per ogni nostro spostamento. Il gruppo si spacca in due e noi, quando vediamo l'insegna per il monte Adone, non resistiamo alla tentazione di andarci sopra per trovare quanto di piacevole la guida suggeriva. D'altronde, l'immagine sulla copertina della guida ritrae proprio una bellissima vista dalla cima del monte. Sarebbe stato innaturale fare il cammino senza aver visto quel posto. Anche se ai piedi della salita, la gente del posto ci diceva che potevamo tranquillamente evitare di andarci e proseguire il percorso della tappa odierna.

In cima ci ha sorpreso non poco la vista mozzafiato sulla vallata che si apriva davanti a noi, purtroppo solcata dall'autostrada Bologna-Firenze, con il costante ronzio di motori di veicoli in sottofondo. Ma comunque incantevole per la presenza di fronte allo strapiompo davanti a noi, dei Castelloni ovvero di alti torrioni di arenaria che risale al Pliocene, cosi' modellati da fenomeni erosivi caratteristici della Riserva Naturale Contrafforte Pliocenico di cui il monte Adone fa parte.

Proseguendo, l'autostrada seguiva il nostro cammino alla nostra sinistra. Tuttavia, siamo rimasti attoniti quando leggendo la guida a voce alta, sentivamo dire che camminando ci lasciavamo l'autostrada sulla nostra destra! Adesso coominciavo a realizzare perche' lungo il cammino il cartellone con il messaggio di benvenuto sul monte Adone lo si leggeva solo da dietro rispetto al senso di marcia che noi stavamo seguendo! Stavamo semplicemente seguendo il percorso al contrario. E continuando a seguire quel senso non avremmo fatto altro che ritornare al punto di partenza.

E' stato veramente frustrante dover tornare indietro risalendo le ripide e scoscese discese al di qua della vetta. Ma mantenere la calma in queste prime battute era doveroso.

Piu' avanti i nostri amici, che avevano saggiamente aggirato il monte piuttosto che scavalcarlo, erano placidamente seduti al bar da un'ora e piu'. Riprendiamo assieme e poco piu' avanti ci fermiamo in un grande prato al centro del quale vi era una roulotte abbandonata che faceva molto pensare al film Into the wild di Sean Penn del 2007. E' forse quest'associazione, ancor piu' del languorino che ognuno di noi cominciava a sentire, che ci ha spinti a fermarci per il ristoro.

Alla ripartenza, nuvole minacciose si addensano davanti a noi. Ma non ci fanno paura. Forse e' la noia di lunghi tratti asfaltati che ci deprime. Tra noi pero' c'e' chi riesce a trovare un modo e poi un altro per non pensarci e riderci su, anche in questi momenti di difficolta'. Un pallone bucato, che abbiamo battezzato 'Wilson' con chiaro riferimento al film Cast Away diretto da Robert Zemeckis, con Tom Hanks, del 2000, ci ha tenuto compagnia per parecchi chilometri fino ad avvicinarci a Monzuno.

Nei sentieri che lambiscono Monzuno, invece, ci siamo imbattuti in una fattoria all'interno del quale vi era un casale con dei cavalli e una radiolina che diffondeva musica, a far loro compagnia. In vano abbiamo bussato nelle porte la' intorno, chiamato affinche' qualcuno ci rispondesse e girato alla ricerca di qualcuno, per avere indicazioni sul nostro percorso o per riempire le nostre bottiglie d'acqua. Abbiamo dovuto desistere e andare via. A noi si e' aggreagato un simpatico cagnolino che ci ha fatto strada fino a Trasasso, lungo i sentieri del CAI resi difficili dalla pioggia, e per la strada asfaltata.

Arrivati a Trasasso, un esperto signore di percorsi del circondario, ci ha illustrato le due possibilita'. Seguire la provinciale fino a Madonna dei Fornelli oppure seguire il sentiero che sale fin su la vetta di monte Venere, da cui e' possibile vedere un bel panorama, e poi scendere fino alla nostra destinazione finale della giornata. Parte di noi l'avrebbe fatto. Ma in effetti rischiavamo di trovarci con il buio in mezzo a sentieri in cui non eravamo sicuri di riuscire a districarci facilmente. La pioggia, poi, aveva probabilmente reso viscido e pesante il fondo. Infine tra noi cominciava ad affiorare un principio di esasperazione che non poteva effettivamente essere placato ancora a lungo, prima di esplodere.

E' risultato saggio seguire la strada piu' facile e sicura. Dopo circa dieci chilometri e un ultimo tratto di salita che sembrava interminabile, quando oramai era quasi sera, raggiungiamo il nostro hotel, che avevamo saggiamente prenotato strada facendo.

Difatti non e' che c'erano grandi folle di escursionisti o turisti in genere. E al risorante dirimpetto piu' tardi ci siamo trovati con un gruzzolo di persone del posto o lavoratori dei vicini cantieri della variante del valico. Ma la magia del clima della prima sera insieme e di questo primo momento di tranquillita' dove ci mettevamo alle spalle le fatiche di un intero lungo giorno, non l'avremmo in quel momento scambiata con nient'altro.

Secondo giorno: Madonna dei Fornelli - Monte di Fo'

Una notte si sereno riposo in un confortevole hotel di un grazioso paese misconosciuto dell'Appennino Tosco-Emiliano, e la giornata di sole e di un azzurro limpido, hanno stravolto quella che a tratti il giorno prima si preannunciava come una disfatta generale. Un'allegria e una voglia di iniziare a camminare, ma allo stesso tempo di non bruciare nemmeno un solo secondo dei preparativi per la partenza che erano senz'altro un piacevole momento, su cui nessuno di noi ci avrebbe mai scommesso una lira fino a quel momento.

E cosi' abbiamo cominciato ad incamminarci lungo il sentiero che dolcemente porta sulla vetta del monte dei Cucchi. Uno di noi si e' perso alla ricerca di posti e punti da cui scattare le foto piu' belle. Quelle che renderanno ancora piu' piacevole il ricordo di questo viaggio. Non ce ne curiamo, ma solo fino a quando non giungiamo a un bivio dove non e' cosi' chiaro il tragitto da seguire. E ancora una volta non ci e' molto d'aiuto, esattamente come i segnali bianco-rossi del CAI, la nostra guida. La fortuna pero' ci ha fatto incrociare due signori del posto usciti per un'escursione in Jeep sul monte, che ci hanno dato preziose indicazioni sulla strada da seguire. Nel frattempo, le urla e i forti richiami non sono serviti a molto ma, dopo un po', il disperso e' riuscito a ricongiungersi al gruppo.

Una breve discesa ci ha portati a Pian di Balestra, dove troviamo degli interessanti siti archeologici tra cui ampi tratti di lastricato riportati alla luce negli ultimi decenni e magnificamente conservati, della cosidetta Strada romana Flaminia Militare, e le cave da dove veniva estratta la pietra per pavimentare la strada in costruzione. Studi hanno evidenziato che il tracciato originale di tale via di comunicazione e' stato segnato da Annibale. Annibale si servi' di tale tracciato per andare a combattere la battaglia del Trasimeno, che vide soccombere i Romani e perire il Console Flaminio. Il figlio, Caio Flaminio, fece costruire sul tracciato individuato da Annibale la strada a cui i due ricercatori, Cesare Agostini e Franco Santi, che l'hanno portata alla luce, hanno dato il nome che oggi porta.

Un po' complice la bella giornata luminosa e limpida, ma anche grazie all'assenza totale di centri abitati lungo questa tappa, i posti che abbiamo attraversato quest'oggi li ricorderemo come quelli piu' belli della Via degli Dei. A meta' tappa in particolare ci troviamo prima ad attraversare la Faggeta, uno stupendo bosco di faggi il cui sottobosco e' magicamente ricoperto, nonostante la fitta vegetazione che ne impedisce l'attraversamento dei raggi del sole, di un manto di felci che gli danno uno spettacolare quanto incredibile tocco di colore.

Poi camminiamo su sentieri lungo la Piana degli ossi, un tratto pianeggiante su un crinale, solcato da una mulattiera medievale, che e' una delle piu' antiche vie di comunicazione che permettono l'accesso dalla Pianura Padana alla Toscana. I viandanti che l'attraversavano nell'antichita', scambiavano in buona parte il materiale bianco che soventemente trovavano per terra, con ossa, e diedero per questo il nome di 'Piana degli ossi' a questo piccolo spazio pianeggiante. Il materiale spesso trovato dai viandanti in realta' invece altro non era che calce prodotta nei forni etruschi che sono affiorati da scavi archeologici del secolo scorso e ancora oggi conservati in buono stato. Un esemplare e' visibile in questo posto ed e' facilmente individuabile lungo il sentiero in quanto ricoperto da una tettoia posta a protezione dell'antico reperto.

Proseguendo arriviamo nei pressi dell'incrocio del Passeggere, che e' un punto dove la mulattiera si incrocia con la Strada romana Flaminia Militare. Nei pressi dell'incrocio del Passeggere ci fermiamo entusiasti (e vi saliamo sopra per ammirare lo stupendo paesaggio) nei pressi di un punto di avvistamento del CAI. E' anche l'ora propizia per la pausa pranzo e per questo decidiamo di fermarci nei prati poco piu' a valle, circondati da un verde e da armoniose forme ondeggianti dei colli tutt'intorno a noi, che hanno avuto l'effetto psicologico di contenere le fatiche di questa giornata.

La ripresa ci pone davanti ad una salita, dapprima lieve. Proseguiamo e ci addentriamo nel bosco aggirando il recinto che ci teniamo sulla nostra destra, al cui interno c'e' un laghetto artificiale. Da li' l'ascesa diventa molto piu ripida e il percorso piu' scosceso. Il sentiero ci porta fino alle Banditacce (nei pressi dei quali avremmo dovuto trovare una sorgente) oltrepassando cosi' i 1200 metri di altitudine.

Nei boschi seguiamo per lunghi tratti ancora la Strada romana Flaminia Militare, in parte ancora ottimamente conservata. E alla fine del sentiero che attraversa il bosco ci troviamo di fronte al maestoso Cimitero Militare Germanico della Futa. Si tratta del piu' grande sacrario tedesco in Italia e al suo interno riposano oltre trentamila vittime della seconda guerra mondiale. C'e' un insolito affollamento tutto intorno al cimitero. E un forsennato rombo di motori. Sono le macchine d'epoca della Mille Miglia che sfrecciano qualche centinaio di metri piu' giu', sulla strada maestra. Tanti appassionati ai bordi delle strade, molti anche con le auto piu' incredibili, e molti tra essi stranieri e in special modo Tedeschi, che hanno unito la passione per i motori con l'amor di patria che li ha voluti a rendere omaggio ai connazionali caduti in guerra.

Scegliamo il sentiero del CAI a discapito dell'asfalto, nonostante la maggiore distanza da coprire e il percorso piu' difficile da compiere. Sono gli ultimi chilometri di cammino di oggi. Quelli che ci portano al camping dove abbiamo deciso che passeremo la notte. Io ero un po' contrariato, a dire il vero. Ma alla vista del comfort dei due bungalow dove avremmo pernottato, sono riuscito a placare la mia contrarieta'. E forse non e' stato solo un caso questo malumore, forse era anche una premonizione che qualcosa non sarebbe andata nel verso giusto.

Dopo la cena, complice la stanchezza (ma, a mio dire, anche degli spazi stretti in cui ci siamo andati a rinchiudere), sono bastate un po' di avversita' a scatenare una lite tra noi a seguito della quale tutti ci avremmo messo un firma sul fatto che il nostro cammino sarebbe finito li'. La baraonda che si era generata non ha potuto non richiamare l'attenzione del guardiano, che non ha potuto fare a meno di mandarci via quando abbiamo rotto alcuni vetri della portafinestra di un dei due bungalow che avevamo preso in affitto. Solo una sapiente mediazione e una rassicurazione del fatto che avremmo pagato tutti i danni, ha convinto il guardiano a darci l'ultima chanche.

Terzo giorno: Monte di Fo' - San Piero a Sieve

Al bar, la mattina, durante la colazione, ancora perduravano strascichi della sera precedente. Anche il cielo grigio e l'aria umida, non facevano ben sperare per un lieto prosieguo. Tuttavia, presto lasciamo il camping Il Sergente e intraprendiamo il sentiero che ci porta sulla cima del monte Gazzaro. Il percorso diventa sempre piu' sconnesso. La salita piu' ripida. La nebbia piu' fitta. Avvolti da un alone di incredulita' per la mutazione completa delle condizioni metereologiche da un giorno all'altro, andiamo avanti, portando in qualche modo sulle nostre coscienze il peso della notte brava. Siamo stati abili a reprimere il malumore a seguito degli screzi, e anche se c'era la speranza che questo sorvolare potesse essere il giusto lubrificatante per far ruotare di nuovo fluidamente i meccanismi dell'amicizia, qualche stridio si e' protratto fino alla fine.

Sul finire della salita, dalla foschia fitta cominciava a delinearsi la grande croce conficcata nel punto piu' alto del monte. La pioggia, ancora leggera, non ci ha impedito di fare una breve sosta e lasciare la testimonianza del nostro passaggio in quel posto, con una dedica immortalata nel libro degli ospiti che giaceva sullo scrittoio allestito ai piedi della croce.

Poi la discesa. E piu' si andava avanti e piu' la pioggia aumentava. E' una fortuna aver avuto in prestito un bellissimo k-way rosso, che nella nebbia risaltava con l'intensita' di una deflagrazione visiva grazie al quale sarebbe stato pressocche' impossibile sfuggire alla vista dei miei compagni. Forse anche forte di cio', ho assunto un passo deciso e mi sono avvalso di una solitudine voluta che mi ha permesso delle riflessioni di cui prima o poi, durante un'esperienza di questo tipo, si desidera di poter fare.

Tutti avevamo pensato di arrivare da qualche parte al chiuso e magari con un ambiente riscaldato, dove poter consumare qualcosa di caldo. Tutti avevamo pensato di sostare all'Osteria Bruciata che avrebbe dovuto trovarsi nei pressi dell'omonimo passo di cui avevamo visto le indicazioni e si trovava a qualche chilometro di distanza dalla croce sul monte Gazzaro, scendendo di qualche centinaio di metri di altitudine. Ad un certo punto, ci siamo trovati in un posto dove si incrociavano diversi sentieri. E su un lato si trovava una sorta di cippo dove, prestando un tantino di attenzione, si leggeva l'indicazione che quello era il passo dell'Osteria Bruciata. Puo' essere considerata una nuova sorpresa di questo viaggio il momento in cui, girandoci tutt'intorno, abbiamo realizzato che un'osteria nei pressi di quel posto non poteva esserci.

Solo dopo, documentandomi, ho scoperto che riguardo quel luogo si tramanda una macabra leggenda. Nei dintorni, in realta', esisteva un locanda che era un punto tanto sospirato - e non faccio difficolta' a crederlo, visto con quanta ansia noi stessi aspettavamo di raggiungerlo - dai viandanti che attraversavano il valico per spostarsi tra la valle del Santerno e la valle del Sieve. Spesso capitava che oltre al ricercato ristoro e al letto caldo per riposare, nella notte gli ospiti venivano trucidati e le loro carni venivano usate per preparare le pietanze per gli ospiti del giorno dopo. Il locale a seguito di queste dicerie sarebbe stato preso di mira e dato alle fiamme. Il passo nei pressi del quale si trovava la locanda assunse il nome che oggi porta ovvero passo dell'Osteria Bruciata.

Riprendiamo sotto la pioggia lungo sentieri gia' difficili di per se', ma resi assolutamente pericolosi dal fondo ricoperto da un sottile strato di argilla che, unito all'acqua, ha preso la sembianza funzionale di una pista da hockey. Diversi scivoloni quindi, alcuni dei quali ci hanno fatto prendere anche dei bei spaventi, ma fortunatamente nulla di grave da complicare ulteriormente la nostra giornata.

Proseguendo ancora verso valle, il fondo del terreno e' cominciato a cambiare, diventando ghiaioso. Tuttavia, le abbondanti precipitazioni stavano per alimentare sempre piu' i ruscelli d'acqua che si costituivano dentro il sentiero che stavamo percorrendo. Al punto che il nostro cammino e' diventato sempre piu' problematico, e soventemente ci siamo trovati ad affondare i nostri piedi nell'acqua che scendeva con noi giu' dal monte. Ma oramai forse non sentivamo nemmeno questo. Era piu' forte il desiderio di arrivare e dare una fine a quella giornata che nessuno si era mai augurato. O forse era piu' forte il timore di chi mai ci avrebbe potuti accogliere, malconci com'eravamo.

Ancora piu' giu' e il cielo comincia a schiarirsi dal grigio intenso dei nuvoloni che fino ad allora ci avevano fatto compagnia. E si intravede la vallata dipinta di una varieta' di tonalita' di verde che non era lo stesso di quello del versante emiliano. Un verde intenso, accesso anche nelle tonalita' piu' scure, in contrasto con il grigio perla dei nuvoloni bassi che oramai avevano smesso di generare precipitazioni. E davanti ai nostri piedi il percorso scosceso si era trasformato in una stradina di campagna ricoperta di ghiaia e pietrisco che ben aveva drenato l'acqua delle forti piogge cadute e quella venuta giu' dal monte.

Per noi e' stato un sospiro la fine della pioggia. Lo spiraglio in mezzo alla foschia e la conseguente magnifica vista della vallata e' stata poi un'infusione di una buona dose di serenita' che ci ha permesso di concludere il nostro cammino nel migliore dei modi. Intanto, pero', la strada pianeggiante da fare per arrivare a San Piero a Sieve non era poca. Un po' di malinconia causata dall'ora e dal giorno in cui attraversavamo quei posti, costeggiati da sporadici casali caldi e accoglienti all'interno dei quali, pensavamo noi, le belle famiglie di quei luoghi erano riunite per il pranzo domenicale. Magari succulenti primi conditi con sughi della pregiata carne di manzo che sta alla base della cucina della valle del Sieve, magari gustose bistecche alla fiorentina che sono anche tipiche di questa zona.

Dopo aver attraversato una strada lunga, asfaltata e avvinghiata da alti ippocastani, ci addentriamo a San Piero a Sieve, attravesando prima un ponte pedonale e ciclabile futuristico (in legno e metallo) che ci permette di attraversare il fiume Sieve e di entrare di fatto nel centro abitato. Arrivati in centro, ci accorgiamo della estrema disponibilita' dei cittadini. Ci indicano alcuni posti dove risistemarci e trascorrere la notte, al riparo del freddo che stranamente (nonostante eravamo passati al versante sud dell'Appennino Tosco-Emiliano) si era fatto molto piu' pungente, alimentato da un vento che ce lo faceva avvertire molto piu' intensamente.

Il primo posto che ci soffermiamo a vedere e' stato quello che abbiamo scelto senza indugio. Non tanto per la fretta di ripararci e ritrovarci dopo la lunga e difficile giornata di cammino, quanto per il calore umano che abbiamo trovato in questo posto. Si tratta dell'albergo La Felicina. Un antico albergo che prende il nome dalla donna che all'inizio del secolo scorso aveva istituito questa pensione. Oggi e' gestito dai nipoti, che hanno richiamato con molto gusto la memoria degli anni di attivita' di questo esercizio, lasciandone essenzialmente intatto lo stile. L'arredamento e' sorprendentemente antico e ben tenuto, come anche la struttura. E tutte le pareti sono costellate di quadri e di foto antiche che ritraggono tempi passati e persone che non ci sono piu' come, appunto la signora Felicina e lo zio degli attuali conduttori dell'albergo, prestigioso ciclista di decenni fa.

Con molta umanita', che non aveva nulla di compassionevole, ci e' stato subito dato il lasciapassare per andare a levarci di dosso gli indumenti intrisi di fango e acqua, per farci una lunga doccia calda e per vestirci di qualcosa di asciutto e pulito. Incuranti di quanto sporco avremmo potuto portargli dentro le stanze. Ci e' stato messo a disposizione, poi, il locale che ospita il bruciatore dell'impianto di riscaldamento dell'albergo, per mettere i nostri panni dopo che li avremmo lavati, in modo da essere pronti, asciutti e puliti, il giorno dopo.

Adesso la giornata aveva preso un'altra piega. Eravamo tutti rinfrancati e lo saremo stati ancor di piu' se avessimo avuto qualcosa di piu' appropriato da mettere addosso quando siamo usciti per un giro di ricognizione per il paese. E se avessimo scelto un locale piu' appropriato per cenare. Era il caso di puntare su un tipico locale del luogo, se non altro sarebbe stato qualcosa di piu' attinente al tema di questi quattro giorni insieme.

La sera nella hall dell'albergo, comodamente seduti su delle antiche e comode poltrone, rilassati della luci soffuse delle lampade e allietati dalla musica del pianoforte, cancelliamo anche questi due nei che potevano intaccare una giornata che alla fine porteremo nel cuore perche' ci ha ha fatto assaporare il gusto forte dello stare insieme.

Quarto giorno: San Piero a Sieve - Fiesole

E' incredibile come il nuovo giorno si presenti completamente diverso da quello appena trascorso. Una luce raggiante entra attraverso le fessure delle ante delle antiche finestre in legno della nostra camera d'albergo. Ci mettiamo poco a farci trovare pronti per incamminarci verso la meta finale di questo viaggio. Prima pero' ci facciamo preparare il nostro pranzo a sacco nella bottega sotto l'albergo. Approfittiamo di questo momento di relax per osservare meglio il paesaggio tutto intorno a noi. Poi partiamo alla ricerca di un bar dove fare una ricca colazione che ci permetta di affrontare al meglio questa ultima tappa.

Usciamo dal paese attraversando il ponte sul torrente Carza. Poi lasciamo la strada principale per intraprenderne una secondaria che sale su per il colle. Alla nostra destra ci lasciamo la Fortezza di San Martino, in lontananza sulla collina. Mentre alle nostre spalle si delinea sempre meglio la bellissima vista sulla valle del Sieve. In realta', il percorso prevedeva il passaggio per la Fortezza di San Martino. Noi tuttavia abbiamo deciso deliberatamente di evitare un tratto seppure piu' affascinante, ma troppo rischioso da affrontare e per le forti piogge del giorno precedente e per il poco tempo ancora a nostra disposizione.

Presto ci troviamo disorientati a causa della 'scorciatoia' che abbiamo scelto di prendere. Non essendoci i segnali bianco-rossi ad indicarci la direzione da seguire, ogni bivio era una roulette la cui scelta era quasi completamente arbitraria. Il piu' 'arguto' di noi, frettolosamente ribattezzato come l''oracolo', era interpellato per darci un suo parere sulla strada da seguire. La sua scelta determinava la strada che effettivamente seguivamo, ovvero quella che non era stata scelta come strada da seguire dal nostro oracolo.

I sentieri attraversano fitte boscaglie ma non sono molto difficili tranne qualche tratto dove ci sono delle salite ripide, prima di arrivare su un altopiano con davanti a noi una fantastica distesa verde. Come fantastica e' la vista che si perde sulla valle del Sieve. Ci illudiamo di essere arrivati sul monte Senario e che la costruzione di fronte a noi e' il convento. E ci fermiamo per una sosta meritata dopo l'ascesa non semplice che abbiamo affrontato. Tuttavia, la nostra guida ci illumina e realizziamo che siamo nella localita' Tassaia del comune di Borgo San Lorenzo e la costruzione di fronte a noi e' il Monastero di San Bartolomeo, meglio noto come Badia del Buonsollazzo, un complesso religioso abbandonato dai camaldolesi nel 1990, ma che ha una storia millenaria alle spalle. Infatti, l'abbazia venne edificata attorno al secolo XI per volere del marchese Ugo di Toscana. La leggenda narra che in quei posti il marchese si era perduto e aveva fatto il voto di erigere il monastero qualora si fosse salvato. A seguito del buon fine della vicenda, ci fu anche la sua conversione al cattolicesimo.

Proseguiamo su via Tassaia per qualche centinaio di metri prima di immetterci nel sentiero che attraversa il bosco che ci conduce alla Croce di Melago. Giusto il tempo di una foto di gruppo, quindi attraversiamo la barra che apre la strada sulla lunga e dritta salita asfaltata che porta all'Abbazia dei Servi di Maria, in cima al monte Senario.

Tutt'intorno al convento si ergono dei parapetti che delineano il confine della tonda vetta del monte Senario. E da ogni punto si puo' ammirare una pregevole vista di tutto il circondario. Ma ancora piu' interesse suscita l'antico sito religioso in se'. Risale al 1200 e prende il nome dall'ordine dei frati che lo conducono. Difatti, il convento fu costruito da un gruppo di laici che come spesso avveniva nel medioevo si riunirono e fecero la scelta di vivere in penitenza e lontano dalla civilta'. Da tale gruppo di laici ebbe origine l'Ordine dei Servi di Maria, la cui presenza oggi ha toccato tutti e cinque i continenti del globo.

Purtroppo non mi sono prodigato ad entrare dentro il convento, ma quelli del gruppo che sono stati sufficientemente curiosi, hanno visitato l'interno del convento, salendo su per la lunga scalinata che conduce al porticato di ingresso sotto la torre dell'orologio, e l'hanno trovato davvero interessante. Io ho preferito godermi il panorama e gironzolare sulle ampie balconate, scattando foto qua e la'. Finquando non abbiamo deciso che il prato antistante al plesso poteva essere un posto che ben si prestava a ospitare la nostra pausa di meta' tappa. Abbiamo consumato il nostro pranzo a sacco e, soprattutto, ci siamo rilassati al sole piacevole di quella giornata.

Intraprendiamo la discesa dal monte che dapprima risulta abbastanza agevole. Passiamo davanti anche all'ingresso delle tre grotte (la Grotta di San Filippo Benizi, la Grotta di Sant'Alessio Falconieri e la Grotta di San Manetto) per merito di cui questo posto e' anche riconosciuto. Poi la discesa si fa piu' ripida e i sentieri meno curati. Tra le erbacce che li invadono, il fondo sconnesso e i vari bivi privi di segnaletica, corriamo piu' volte il rischio di sbagliare. Ma alla fine sentiamo il rumore delle macchine che transitano sulla Strada Regionale Faentina. Siamo a Vetta le Croci. Ci fermiamo in un bar per un caffe' e casualmente assistiamo al lancio dello Shuttle in diretta TV. Poi riprendiamo.

L'asfalto e' noioso. E in prossimita' della localita' Olmo decidiamo di intraprendere il sentiero del CAI che passa per la cima del monte Pratone piuttosto che continuare sulla Strada Regionale Faentina. Attraversiamo ampi sentieri prima di immetterci in un percorso avvolto dalla verde, fitta e rigogliosa radura che ci porta - non senza uno sforzo considerevole - sull'ampio spiazzo in cima al monte Pratone. Il panorama che si puo' godere qua sopra merita tanto. Davanti a noi, guardando verso Sud-Ovest c'e' Fiesole, e Firenze subito dietro. In mezzo al prato sulla vetta del monte Pratone (forse proprio da questa particolare conformazione della vetta che gli e' stato attribuito il nome) c'e' un cippo in pietra in memoria dello scrittore Bruno Cicognani che riporta la seguente frase tratta da una delle sue principali opere (Il figurinaio):

..e in questa cerchia che e' proprio il tuo cuore, o Toscana, le cose piu' care e piu' belle del mondo, del mio mondo; i luoghi ch'io conosco ad uno ad uno, la mia fanciullezza, la mia giovinezza, i miei sogni, i miei canti, l'amor disperato di liberta' randagia che voi soltanto siete riusciti, incantando, a quietare.
O come chiaro e' a voi questo fanciullo antico, non stanco; o come e' chiara ogni vostra voce: la stessa della prima volta e che si rinnova ad ogni primavera!..

Non siamo sicuri di aver imboccato il sentiero giusto per la discesa. La nostra impressione e' che siamo scesi sulla strada asfaltata che abbiamo lasciato per salire sul poggio qualche ora prima, ma giusto qualche chilometro piu' avanti, a dispetto di tutti i chilometri e gli sforzi che abbiamo fatto per andar su e e poi venir giu'. Rabbia, poi, per gli otto chilometri di asfalto cha ancor abbiamo dovuto percorrere prima di arrivare a Fiesole. Forse pero' non abbiamo sbagliato. Chi lo sa? Un senso di frustrazione latente che c'e' rimasto a lungo fin quando l'autobus arancione dell'ATAF non ci ha portati fino a Firenze, per un fugace saluto al duomo prima congedarci definitivamente dalla Via degli Dei.

Reportage del Cammino di Santiago

mercoledì 24 agosto 2011

Raccontare un'esperienza come il Cammino di Santiago e' possibile (*), ma trasmettere le emozioni che si possono provare percorrendolo, e' una cosa ardua.

Una delle belle cose che mi e' capitata durante il mio Camino e' stata di imbattermi in una troupe della TV di stato che stava girando un servizio su questo fenomeno di dimensioni mondiali. Attraverso l'email che riporto di seguito integralmente, ci e' stato comunicato della messa in onda del reportage intitolato Il Cammino di Santiago, scritto e diretto da Fabio Tricarico .

Cari pellegrini,

vi informiamo che il reportage sul Camino andra' in onda lunedi' mattina intorno alle 10 su Rai1 all'interno di UnoMattina Estate.

Vi alleghiamo anche il link della diretta Rai in streaming, casomai non poteste guardare la tv.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/diretta.html#cid=PublishingBlock-64203784-70f7-4b53-9d21-b14693850195

Vi ringraziamo per aver condiviso con noi le vostre esperienze, e aver arricchito con le vostre parole il nostro lavoro.

Qualsiasi commento sara' bene accetto.

Un saluto.

Fabio Tricarico
Giada Forte

Da allora, ho caricato il video sul mio canale di YouTube e mi e' capitato di vederlo diverse volte. Ma non ho mai sentito che lo stavo facendo per rivivere le stesse emozioni che ho provato quando ho percorso il Camino. E sono sempre piu' convinto di non averne bisogno, visto che le emozioni che ho provato le porto dentro al cuore come se le avessi vissute un secondo prima. Piuttosto, mi piacerebbe trasmetterle perche' la mia esperienza crei condivisione, dando luce a nuove e altrettanto fantastiche simili esperienze. Ma questo non e' facile, come ho gia' detto.

Nel reportage della RAI invece ho potuto cogliere, in modo del tutto oggettivo, una splendida testimonianza dei molteplici aspetti del Cammino di Santiago. Ed e' per questo che lo ripropongo di seguito.

<<Maria, Madonna della strada, fa ch'io cammini nella speranza, che io salga dalle vette verso di Te con tutta la mia vita, con tutti i miei fratelli. Attirami verso l'alto, strappami all'egoismo e alla comodita'. Fa' di me un pellegrino della montagna.>>.

<<Niente sara' facile, ma niente sara' impossibile. Una freccia gialla, una conchiglia, indicheranno la direzione. Non dimenticate che sarete voi a decidere il vostro cammino!>>.

<<Lasciare una pietra e' come liberarsi di un peso, di un fardello che si porta nella vita. Siamo arrivati alla Croce di Ferro, a duecento chilometri da Santiago. Forse si esprime un desiderio. Forse si chiede aiuto al Signore. Forse si prega e basta. Forse in ogni pietra si nasconde la parte di se' stessi che si vuole lasciare o la parte che si vuole coltivare.>>.

<<Il Cammino - dicono i pellegrini - e' come la vita. Con i suoi pesi, i momenti di riflessione, fede. Qui potrete trovare speranza e pace. Dipende da ognuno di voi!>>.

<<Una volta arrivati qui, capirete che una parte del vostro cammino e' finita. A piedi oltre non si puo' andare. Il vostro spirito, la vostra l'anima, la vostra fede continueranno a camminare dentro di voi.>>.

Ritorno a Barcellona

sabato 30 luglio 2011

A distanza di parecchi anni dalla mia prima visita a Barcellona sono riuscito a convincermi che non sarebbe stata una brutta cosa ritornarci. La gita delle superiori, che ricordo in ogni momento come una di quelle esperienze di spensieratezza e allegria che meglio non si possono associare alla mia adolescenza, infatti, non aveva potuto regalarmi il tipo di emozioni che in un'eta' piu' matura si ricercano. E questo e' stato sufficiente a superare il pregiudizio che se dei giorni devono essere dedicati ad un viaggio, questo deve essere necessariamente una novita' in tutto e per tutto.

D'altronde, di Barcellona ben poco avevo visto. Placa de Catalunya, la Rambla, il Monument a Colom (Statua di Colombo) e il Camp Nou non sono che una parte infinitesima di quanto la citta' offre ad un visitatore. In gita, d'altronde, tutto era nei nostri pensieri tranne che assaporare una citta' nei suoi particolari e nelle sue sfaccettature che ti accrescono dentro e ti fanno estrapolare le differenze sostanziali con il posto dove in quel momento vivi. Ma non rimpiango nulla di quello che in quel momento non ho sentito di fare.

A Barcellona ci sono arrivato nel giorno di Sant Jordi (San Giorgio), santo patrono della Catalunya. E me ne sono accorto perche' ho chiesto al nostro tassista del perche' un numero sconsiderato di persone avevano un libro in mano, una rosa rossa o una spiga di grano. Mi e' stato quindi spiegato che quel giorno ricorre il Dia del Llibre ('Giornata del Libro'). Gli uomini regalano una rossa alle donne e, viceversa, le donne regalano un libro agli uomini. Inoltre, ci si scambia una spiga di grano, che e' simbolo di fertilita'.

Il Dia del Llibre lo si e' fatto cadere nel giorno di Sant Jordi. Il giorno in cui ci siamo trovati la' per di piu' coincideva con il sabato santo ed ecco che Barcellona era un'inimmaginabile pullare di vita e di colori (Sabato santo ma anche… Sant Jordi!).

Arriviamo al nostro albergo a ridosso della Sagrada Familia. Giusto il tempo di sistemarci in breve nella nostra stanza che, dotati di cartine e guide, ci catapultiamo in un battibaleno per le strade della citta'.

Davanti a noi si ergevano le guglie della Sagrada Familia. E' il primo dei segni lasciati da Antoni Gaudi' in questa citta'. Ma e' riduttivo parlare di segni perche' a lui oggi si deve gran parte del fascino di Barcellona. Partire dal Temple Expiatori de la Sagrada Familia (Tempio d'Espiazione della Sacra Famiglia) - questo e' il nome completo di questa cattedrale - equivale ad una partenza a ritroso nella degustazione della vita di questo genio dell'architettura. Quest'opera di colossali dimensioni, iniziata da piu' di cento anni, quando era ancora in vita, e tuttora in costruzione, e' infatti il modo in cui Gaudi' ha voluto coronare la sua esistenza concepita come una missione sacra.

Delle due facciate attualmente completate, la facciata della Nativita' e' sicuramente quella che lascia incantato chiunque si trovi di fronte. E suscita una curiosita' che spinge ad addentrarsi e capire il senso di ciascuna delle rappresentazioni riportate. Noi ci siamo semplificati la vita facendo lavorare un po' meno i nostri sensi e leggendo la nostra Lonely Planet che mai come in questi casi permette di riporre l'attenzione su dettagli che difficilmente possono altrimenti essere colti.

Girando attorno al santuario in senso antiorario scorriamo l'abside e arriviamo alla facciata della Passione. La suggestione si trasforma in qualcosa di molto piu' leggero. L'armonia delle curve tanto care a Gaudi' e che in parte da lui stesso presero forma, lasciano spazio alle forme piu' spigolose delle opere disegnate dallo scultore Josep Subirachs.

Continuando il nostro giro attorno al monumento scorgiamo le impalcature che celano quella che sara' la facciata principale della Sagrada Familia ovvero la facciata della Gloria. Le quattro guglie di questa facciata si aggiungeranno alle otto delle altre due facciate per rappresentare i dodici apostoli. La meticolosita' e il completo cimentarsi di Gaudi' in questa opera ha voluto la massima cura anche sull'estremita' delle guglie dove e' stata riposta la dicitura: 'Sanctus, Sanctus, Sanctus, Hosanna in Excelsis, Amen, Alleluia' con la giusticazione che sebbene nessun essere umano sarebbe riuscito a scorgere questi dettagli, gli angeli li avrebbero visti.

Altre quattro guglie si ergeranno sopra il transetto, ciascuna rappresentante i quattro evangelisti, attorno alla torre centrale che sara' altra una volta e mezza le guglie che ornano le facciate, e rappresentera' la Vergine Maria.

Secondo la nostra errata comprensione, alle 22 e 30 sarebbe iniziato uno spettacolo molto suggestivo con coreografie d'acqua, luci e musica, alla Font Magica, ai piedi della collina del Montjuic.

E' stata una gran delusione quando, arrivati in Placa d'Espanya, ci siamo resi conto che tutto era invece gia' finito. In effetti, l'orario letto sulla nostra guida a cui abbiamo fatto riferimento era l'orario estivo. E in un attimo di particolare eccitazione ci siamo quasi convinti che fosse estate. Ci siamo comunque incamminati fino in fondo all'Avinguda de la Reina Maria Cristina, dove si trova la Font Magica, ed e' stato emozionante solo pensare che qui l'8 ottobre del 1997 c'e' stata l'ultima e memorabile esibizione pubblica di Freddie Mercury in coppia con il soprano barcellonese Monserrat Caballe' (La magia e' nell'aria). Non ci siamo quindi tirati indietro dallo scalare la collina che sovrasta la zona e lascia cadere lo sguardo su un magnifico panorama notturno della citta'.

In tarda serata rientriamo nella nostra zona. Per festeggiare il primo giorno di questa gita spagnola, non potevamo che ricorrere su una ricca paella di pesce.

Il nostro primo mattino a Barcellona inizia con una ricca colazione in un locale vicino all'albergo. E' un momento bellissimo di una vacanza e ce lo godiamo tutto. Anche se quello che ci aspetta e' molto eccitante. Con calma ci incamminiamo verso il barri ('quartiere') dell'Eixample. Lungo Passeig de Gracia si incontrano le massime espressioni dell'architettura modernista.

La prima opera architettonica che scorriamo e che ci fermiamo ad ammirare e' Casa Mila', meglio nota come La Pedrera. E' un capolavoro di Gaudi' commissionato da Pere Mila'. L'inequivocabile stile di Gaudi' si coglie a primo acchito dalle sinuose curve avvolte da un fine rivestimento in pietra. Quel che piu' sorprende oggi e' sapere che un tempo in molti non concordavano con i contorni ondulati che dal genio di Gaudi' presero forma, sia all'esterno dell'abitazione che al suo interno. Un aneddoto che la dice tutta su queste avversita', vede protagonista un'inquilina che lamentava che a causa delle curve trovava difficolta' a posizionare il suo pianoforte. Si narra che a tale provocazione il maestro rispose invitando la signora a imparare a suonare il flauto.

Continuando su Passeig de Gracia, sull'altro lato della strada, costeggiamo Casa Batllo', altra celeberrima abitazione generata dall'inventiva di Gaudi'. Anche qui davanti una fila impressionante di persone in attesa di entrare dentro questo monumento all'architettura modernista. Il tocco di colore dato dai frammenti di ceramica variopinti e' sicuramente uno dei fattori che a molti la fa preferire rispetto a La Pedrera.

Prima di giungere in Placa de Catalunya, gironzoliamo ancora nei paraggi per ammirare un'altra opera di Gaudi'. Si tratta di Casa Calvet. Un po' abbandonata a se' stessa, senza le grandi folle delle opere prominenti dell''Architetto di Dio' (cosi' ha fatto riferimento il rettore della Sagrada Familia, Lluis Bonet Armengol, a Gaudi' nella campagna per la sua beatificazione), ma comunque un altro notevole esempio di raffinato stile architettonico.

Placa de Catalunya per noi rappresenta una piacevole pausa. Qui ammiriamo gli immancabili artisti di strada, che animano ogni angolo di questa piazza come tanti altri punti della citta', e sono realmente in gamba e capaci di trascinare folle considerevoli.

Dopo un pranzo veloce, che comunque ha inciso sul tempo di risposta dei nostri riflessi al punto da costringerci a ripiegare su un prato giusto per il tempo di ricaricarsi, ci addentriamo nel Barri Gotic. Visto che la cattedrale era chiusa, attraversiamo rapidamente Avinguda de la Catedral dopo averne ammirato velocemente la facciata (che tra l'altro era in ristrutturazione), per spingerci verso il Museu d'Historia de la Ciutat.

Le origini di Barcellona risalgono all'epoca dell'impero romano. Non vi e' modo piu' suggestivo per convincersi delle origini romane, che non visitando questo museo sotterraneo dove e' mantenuta intatta una parte di Barcino (il nome di 'Barcellona romana') nella sua struttura urbanistica, e in un ragguardevole numero di dettagli che danno molte opportunita' di farsi un'idea sull'organizzazione delle attivita' commerciali e della vita sociale agli arbori di Barcellona.

Uscendo dal percorso sotterraneo, sempre da dentro il museo prima di affacciarsi su Placa de Rei, sulla sinistra, si accede alla Capella Reial de Santa Agata, un bellissimo esempio di stile gotico. La chiesa e' la cappella del Palau Reial Major che e' parte del Museu d'Historia de la Ciutat. L'ho trovata molto sensazionale per l'interno completamente spoglio e perfettamente tenuto, per l'incantevole techumbre, per i magnifici mosaici in vetro colorato e, non ultimo, per l'altare in legno realizzato da Jaume Huguet, intatto a centinaia di anni di distanza dalla sua realizzazione.

All'uscita, scendendo dalla scala a ventaglio che da' sulla piazza, c'erano ad aspettarmi i miei amici che quasi avevano perso la speranza di ritrovarmi. Proseguiamo un po' alla cieca per le vie di Barcellona vecchia fino a quando arriviamo sulla Via Laietana. Qui vediamo i cartelli che indicano la direzione per il Museu Picasso. Un'occasione unica che nessuno si vuole perdere.

Attraversiamo il viale e entriamo cosi' ufficialmente nel barri La Ribera. Ci districhiamo per ii vicoletti seguendo le molte persone che presumibilmente sono dirette al Museu Picasso fino a quando scorgiamo una fila immane di gente che avanza lentamente per entrare nella pinacoteca. Un po' contrariati si', ma nessuno ha messo in dubbio la visita interna del museo. E nessuno se ne e' pentito di quello che ha visto. Io per primo.

Le esposizioni permanenti mostrano per la quasi totalita' dipinti della sua gioventu'. Ritratto di zia Pepa e Scienza e carita' sono sicuramente tra quelli che rimangono piu' impressi. La piena maturita' cubista di Picasso e' invece ammirabile attraverso l'interpretazione di dipinti dei pittori a cui e' dovuto il suo amore per l'arte, primo fra tutti Velasquez. A lungo mi sono fermato nelle stanze 13 e 14 ad ammirare gli schizzi, le bozze e le varie versioni de Las Meninas.

Siamo stati tutti rinfrancati da questa visita. E in un certo, senso piu' sereni. Visto che il Museu Picasso e' uno dei posti di Barcellona piu' gettonati dai turisti, e che, a causa della giornata particolare, abbiamo sicuramente rischiato di non poterlo visitare. Ma con un po' di audacia e un po' di fortuna siamo riusciti a centrare un bel colpo!

Prosegue il nostro giro per La Ribera. Sbuchiamo quasi inconsapevolmente su Passeig del Born su cui si affaccia l'abside della Esglesia de Santa Maria del Mar. Non so perche', ma qualcosa mi ha trascinato fin qua. Sentivo ripetersi di continuo dentro di me il nome di questa chiesa. E l'averla trovata mi ha dato un'ulteriore serenita'. E con quella serenita' sono entrato dentro ed ho potuto ammirare lo splendore di questo gioiello dagli archi gotici piu' schiacciati rispetto al tradizionale slancio che hanno gli archi che si rifanno a questo stile.

Facilmente ci immettiamo su Passaig de Colom, la strada che costeggia il mare fino ad arrivare al Monument a Colom. La vista del mare e la dolce brezza marina del tardo pomeriggio non ci aiutano a trattenerci dallo spingerci piu' in la' e fare quattro passi sul molo. E poi a sederci su una panchina a cercar di fermare una giornata che fluisce via, destinata ai nostri bei ricordi.

Risaliamo la Rambla in un pullulare di vita che dice tanto su quanto sia mentalmente aperta questa citta'. Passando davanti a Casa Cuadros dai Barcellonesi anche chiamata Casa dels Paraigues (Casa degli ombrelli), fino a giungere alla Font de Canaletes per un lungo sorso di acqua che ci dovrebbe garantire un sicuro ritorno a Barcellona.

Per la cena preferiamo ancora una volta avvicinarci nella zona dell'hotel, nel barri Gracia. Non sappiamo che piega prendera' la serata, ma non vogliamo avere vincoli per tornare nella nostra dimora e un localino su Avinguda Gaudi' ci sembra un posto appropriato per trascorre la nostra serata con questi presupposti.

In vacanza la colazione merita ampio spazio. Si parla di ore per la colazione di questa nuova giornata. Ma tutti d'accordo anche su questo rituale. Poi si parte, a piedi, risalendo la collina fino ad arrivare al Parc Guell. E' inutile dire che lo zampino di Gaudi' lo noterebbe anche un cieco, ma come tutto cio' che dal genio di quest'uomo abbiamo visto finora, anche il Parc Guell e' avvolto in un'armonia di curve e di mosaici di mattonelle colorate accostate tra loro con un gusto che in tal senso non ha paragoni.

Ci affacciamo alla balconata del lastrico contorniata di sedili rivestiti di frammenti di laterizio per ammirare le sottostanti costruzioni che hanno l'aria delle case delle favole che ci raccontavano da bambini. Poi proseguiamo per passare sotto i portici della discesa che ci porta all'ingresso dalla parte della zona popolata della collina. Le foto si sprecano e nessuno si vuole perdere un ricordo abbracciati ai lucertoloni che ornano le scale che portano sotto il selciato da dove poco prima ammiravamo la vista del parco.

La sosta nei pressi della casa-museo e la crescente voglia di sapere un po' di storia di questa struttura, materializzata dalla mia lettura dei contenuti estrapolati della sempre preziosa Lonely Planet, viene funestamente interrotta da un'improvvisa pioggia di sterco di volatile. Ma siamo predisposti ad accettare con superiorita', e tutto si risolve in un nuovo pretesto per ridere di noi e al pensiero che anche per questo la nostra gita sara' indimenticabile.

La discesa dalla collina ai cui fianchi e' incastonato il Parc Guell, ci vede cedere allo stomaco che reclama per la vuotezza. Un anonimo baretto del barri ci ha fatto rinascere a suon di bocadillos e di cerveza. Alla fine della lunga sosta, a dire il vero, eravamo pure un po' brilli e i canti a squarciagola 'intonati' per le vie pressocche' vuote di questa zona della citta', non sono passati inosservati tra la poca gente intorno a noi. Ma non siamo stati molesti e qualcuno ha condiviso la nostra allegria.

Dopo la delusione del Camp Nou, inaccessibile al pubblico (sebbene ci sia capitato di vedere sfilare davanti a noi i due nazionali campioni del mondo Villa e Puyol), ci ributtiamo per le vie della Ciutat Vella (Citta' Vecchia) ovvero la parte antica di Barcellona, che include i barri di Raval, Barri Gotic, Ribera e Barceloneta.

Come suggerito dalla guida, sulla Rambla, provenendo da Placa de Catalunya, a un certo punto ci buttiamo su Carrer de Ferran. Attraversiamo Placa de Sant Jaume, dove si affacciano l'Ajuntament (Municipio) e il Palau de la Generalitat. Non ci soffermiamo piu' di tanto in questa piazza e, non appagati dalla vista esterna del giorno precedente, proseguiamo invece verso la cattedrale, che desideriamo ammirare al suo interno.

Anche questo e' un bell'esempio di stile gotico catalano con notevoli tracce di stile romanico. Lungo le pareti esterne delle navate laterali e' possibile ammirare un certo numero di cappelle, tutte decorate con affreschi e sculture originali. Nella navata centrale invece mi sono soffermato sul coro in legno di quercia minuziosamente scolpito, e decorato con pregevoli finiture in oro. In fondo alla navata centrale c'e' la scalinata che porta sotto l'altare centrale dove c'e' la tomba in alabastro di Santa Eulalia che, insieme a Santa Maria de la Merced, e' il santo patrono di Barcellona.

Dopo la lunga visita nella cattedrale, ci sediamo ai bordi della piazza antistante dove assistiamo ad un affollatissimo spettacolo acrobatico di busker brasiliani, prima di spostarci - come da mio forte desiderio - verso il quartiere del Raval, dal lato opposto della Rambla.

L'intento era quello di prendere qualcosa da bere al Bar Marsella, l'antico locale dove Hemingway usava andare a bere l'assenzio durante la sua permanenza spagnola. La cosa mi eccitava tantissimo. E la mia eccitazione ha perfino contaminato il resto del gruppo. E piu' mi addentravo nello squallore del Raval, piu' diventavo irrequieto dentro. Fino al punto in cui siamo arrivati all'angolo del numero 65 di Carrer de Sant Pau, dove la via si incrocia con Carrer di Sant Ramon, e sono rimasto deluso dalle saracinesche abbassate del locale.

Ancora euforico, non ho rinunciato a scattare qualche foto, sebbene attorno a me una varieta' di gente losca e inaffidabile mi fissava in modo strano, al limite dello sconcerto. Addirittura vengo avvicinato da una giovane puttana di colore che mi domanda - dopo avermi chiesto la fotocamera in regalo, perche' mai stavo scattando delle foto a quel posto sudicio. Rapidamente la lascio con un'espressione che mi e' sembrata la piu' opportuna ad accendere un barlume di curiosita' in essa, nella speranza che un giorno possa crescere fino a trovare una risposta.

Ancora una visita a qualche negozio sulla Rambla, ma e' piu' per ripararsi da una sporadica pioggia che non ci infastidisce ma semmai ci consola facendoci immaginare che non siamo i soli a rimpiangere queste giornate volate vie troppo in fretta.

La cena e' stata una degna conclusione della nostra vacanza. Nel locale turco, dopo una piacevole degustazione di pietanze etniche, siamo riusciti a coinvolgere il giovane proprietario e la mamma in uno scambio culturale italo-turco di danza e di musica. La baldoria si e' protratta anche fuori, quasi come inconscia opposizione a qualunque cosa da li' a breve ci avrebbe divisi.

Il giardino dell'Eden

sabato 16 luglio 2011

Il valore di uno scrittore lo si puo' percepire anche quando una storia banale come quella raccontata in questo romanzo postumo, riesce a caricarsi di fascino, nonostante la miriade di ripetizioni di eventi e di dialoghi che anche il lettore meno attento puo' scorgere. Non per nulla Ernest Hemingway e' uno dei piu' grossi esponenti della narrativa del secolo scorso.

Non e' facile collocare Hemingway in un filone letterario, nemmeno tra quelli che hanno caratterizzato la sua epoca. Ma sono chiare alcune attitudini comuni a molti personaggi famosi del tempo. Alcune delle quali sono esplicite anche in questa opera, come ad esempio i viaggi in Africa a cui si allude nel racconto che David scrive durante la sua luna di miele.

Di Hemingway si parla spesso per la sua personalita' controversa che da un lato vuole esplodere e mostrare i contorni ben delineati che circoscrivono un essere umano virile e possente, quasi a inneggiare i miti di un passato che nei primi anni del novecento si cercava di far rivivere. E dall'altro cede all'introspettivita' e alla sua, probabilmente, vera natura fragile.

In questo romanzo non e' necessario prestare tanta attenzione per notare l'affiorare di entrambi gli aspetti.

Forse anche il continuo ricorso al bere dei suoi personaggi vuole essere un segnale del tanto rincorso machismo. Ma e' indubbio il suo talento di romanziere e la capacita' di fare in modo che le scene che descrive riescano quasi a prendere una connotazione reale.

Fini' di prepararle l'assenzio, evitando con cura che fosse leggero. <<Avanti>> le disse. <<Non mi aspettare.>> Lei bevve un lungo sorso e poi il marito le prese il bicchiere e bevve e disse: <<Grazie, signora. E' una cosa che ti rimette al mondo>>.

Forse la storia bizzarra di cui tratta Il giardino dell'Eden in se' e' un altro aspetto proteso all'esaltazione della mascolinita' che Hemingway ha ostentato nella prima parte della sua vita. Il David conteso da due donne pero' viene smorzato dal continuo piegarsi alla volonta' di Catherine durante la prima parte del romanzo, mentre l'innamoramento verso una personalita' piu' mite - quale quella di Marita - nella seconda parte del romanzo, potrebbe anche celare un senso di protezione che rivela a molti il lato oscuro della sua natura.

A parte questi aspetti inconsci che potrebbero essere mappati nella personalita' dello scrittore ci sono ipotesi che piu' facilmente possono essere vere in merito a dei tratti autobiografici contenuti nel racconto.

Difatti, Hemingway comincio' a scrivere questo romanzo subito dopo la seconda guerra mondiale tra il terzo matrimonio (con Martha Gellhorn) e il quarto (con Mary Welsh). Nella versione iniziale, il racconto si imperniava attorno all'incontro di due coppie i cui uomini rappresentano due modi di essere dello scrittore, mentre le donne sono il modello di Hadley Richardson (prima moglie di Hemingway) e Pauline Pfeiffer (seconda moglie).

A seguito della complicata gravidanza di Mary, Hemingway abbandona il manoscritto. Nel tempo, piu' volte cerca di portarlo a termine apportando tagli e modifiche sostanziali alla trama, ma senza successo.

Il romanzo viene pubblicato nella versione definitiva e accorciata dopo la sua morte, e viene scelto un lieto fine, diversamente dai molteplici finali tragici che ipotizzava Hemingway. In particolare, una delle due coppie viene eliminata dal racconto. Rimane quindi solo David e Catherine, una coppia di sposini novelli in luna di miele, in cui non si tardano ad instaurarsi presto pericolosi scambi di coppia, per dei capricci sempre piu' frequenti di Catherine (che David chiama non per nulla 'Diavolo' dentro il romanzo). Caratterialmente, Catherine ricorda la sua quarta moglie Mary - come piu' volte l'autore ha avuto modo di ribadire, mentre fisicamente ricorda la sua terza moglie Martha.

L'incontro della coppia con Marita in realta' fa pensare che lo scrittore abbia voluto ricostruire l'incontro dell'estate del 1926 tra lui, l'allora moglie Hadley e Pauline. L'atteggiamento feticista di Catherine che spesso ama farsi fare un taglio di capelli molto corto e tingere i capelli di un biondo che tende al bianco, sfocia pericolosamente in un menage a trois tra i protagonisti. Fino ad arrivare al punto in cui Catherine lascia David e Marita. I due possono cosi' coronare il sogno di stare insieme, mentre David ritrova la serenita' che gli permette di riscrivere i racconti sui ricordi della macabra esperienza della caccia agli elefanti che lo legano al padre, che erano stati da poco bruciati di nascosto da Catherine durante uno dei suoi - sempre piu' frequenti - stati di lucida follia.

Molto suggestiva l'ambientazione del romanzo. La Camargue e Le Grau de Roi. Il mare e le campagne solcate da canali. La vita semplice e disinvolta del sud della Francia nella prima meta' del novecento. Sono tutti aspetti ricchi di fascino e si rivelano uno sfondo perfetto per immortalare e rendere ancora piu' vivide le narrazioni di Hemingway.

Frasi


  • p. 46: "Non dobbiamo dirci tesoro o amor mio o nessuno di questi nomi per dimostrare qualcosa. Tesoro e mia carissima e mia adorata eccetera sono osceni per me e noi ci chiamiamo col solo nome di battesimo."
  • p. 59: "Fini' di prepararle l'assenzio, evitando con cura che fosse leggero. <<Avanti>> le disse. <<Non mi aspettare.>> Lei bevve un lungo sorso e poi il marito le prese il bicchiere e bevve e disse: <<Grazie, signora. E' una cosa che ti rimette al mondo>>."
  • p. 117: "La felicita' nelle persone intelligenti e' la cosa piu' rara che conosco."
  • p. 126: "Bene non dobbiamo essere solenni. Gia' fin d'ora so che e' la morte se sei solenne."
  • p. 141: "Non parli mai di nessun altro argomento? La perversione e' noisa e antiquata. Non sapevo che le persone come noi ci badassero nemmeno piu'."
  • p. 220: "E' terribile essere a letto insieme e sentirsi soli."

A margine di questa breve recensione, riporto un aforisma di Hemingway che mi sta molto a cuore:

Dobbiamo abituarci all'idea: ai piu' importanti bivi della vita, non c'e' segnaletica. (Ernest Hemingway)

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